La rovina di Carmine Putìe

Il palazzo crollato la scorsa settimana si trova a Carmine Putìe, lo stesso quartiere di Lia e di mia nonna. È un quartiere che va dalla chiesa del Carmine fin sotto la via Roma e che comprende le case che si affacciano sulla vallata Santa Domenica. Fino agli anni ’50 questo era il centro di Ragusa: qui si trovavano le botteghe e le osterie, le case dei massari che la domenica tornavano in paese dopo una settimana di lavoro nei campi.

Poi la città ha cominciato ad espandersi: sono nati i quartieri attorno al corso Italia, quelli attorno al viale Europa, le palazzine di Beddìo e le villette a schiera di Pianetti. Man mano che il ragusano risaliva l’altopiano dimenticava Carmine Putìe, le sue piccole case monofamiliari e le sue grandi scalinate in pietra.

Assieme al lento spopolamento, il quartiere ha subito negli anni numerose manomissioni che ne hanno compromesso in parte la bellezza originaria. Basti pensare  alla scalinata di via Sant’Anna coperta da una colata di asfalto per farci passare le macchine; o alla costruzione del ponte San Vito (ufficialmente ponte Papa Giovanni XXIII), il ponte nuovissimo, che col suo unico arco in cemento armato sovrasta parte del quartiere. Per non parlare poi del tribunale, un ecomostro costruito negli anni ’60 che suscita l’orrore dei turisti che attraversano a piedi il ponte vecchio.

Ma Carmine Putìe conserva ancora il fascino di un borgo antico che non ha nulla da invidiare alla vicina Ibla. Lo sanno bene i pochi abitanti rimasti che da anni lottano per la rivalutazione del loro quartiere. È gente legata a questo posto perché qui ha vissuto la sua infanzia o semplicemente perché lo ha preferito a molti altri: abitare a Carmine Putìe vuol dire svegliarsi la mattina con  l’aria fresca che sale dalla vallata – questo almeno finché il ponte S. Vito non si riempie di traffico –, fare due passi, ritrovarsi in mezzo al verde e scordarsi di essere in città.

Ad apprezzare la bellezza del posto è stato anche un costruttore ragusano, tale G. Chiaramonte, che con solerte premura ha acquistato buona parte delle abitazioni della zona per farci, così si vocifera, un grande complesso alberghiero. Le sue case sono tutte segnate con una grande X blu e hanno gli usci del pianterreno murati a dovere per evitare l’ingresso ai topi.

Per il resto le case di Chiaramonte, come quelle i cui padroni sono ignoti o dispersi, sono un’accozzaglia di vetri rotti, pareti pericolanti e tetti sfondati da cui gocciola acqua; e non si tratta solo di acqua piovana: le case abbandonate ricevono tuttora l’acqua corrente che trabocca dai recipienti e inzuppa soffitti e muri, compromettendo la già precaria stabilità delle strutture. All’acqua che cala dall’alto bisogna poi aggiungere quella che scorre nel sottosuolo – proveniente dalle perdite della rete idrica e dall’abbondante presenza di falde superficiali – che fa marcire le fondamenta delle abitazioni. Insomma Carmine Putìe è un quartiere fradicio e gocciolante.

Gli abitanti del quartiere si trovano così a dover fronteggiare quotidianamente una condizione di forte degrado: umidità e infiltrazioni d’acqua rovinano le loro case, i tetti delle abitazioni vicine si sgretolano provocando la caduta di pietre e calcinacci; per non parlare del rischio di crolli sempre presente.

Ma il Comune ha promesso di fare qualcosa. Lo ha promesso nel 2005, anno di pubblicazione del disciplinare di gara per i lavori di riqualificazione di Carmine Putìe.

Il progetto  intende fare della zona «uno spazio di aggregazione, e un centro polifunzionale a prevalenza artigianale e commerciale con relativi parcheggi». Lo ha ribadito nuovamente nel 2009 ma tutt’oggi ad essere stati realizzati sono solo i parcheggi.

Ironia della sorte volle che a crollare, tra i tanti palazzi pericolanti della zona, fosse proprio quello situato all’ingresso del nuovo parcheggio “Si sosta”. Lo stabile, anch’esso di proprietà del Chiaramonte, era sopravvissuto allo sventramento compiuto durante i lavori del parcheggio e giustificato da ragioni «di sicurezza e igiene pubblico»: le case a ridosso del futuro parcheggio erano infatti state trovate in pessime condizioni a causa soprattutto delle infiltrazioni d’acqua.

Resta un mistero il perché la riqualificazione a colpi di gru abbia interessato solo la zona limitrofa al parcheggio e nulla sia stato fatto né per il palazzo poi andato in frantumi né per le altre case pericolanti della zona.

 

Ringrazio Bruna e la signora Salonia per avermi fatto riscoprire Carmine Putìe.