Questo scriveva, del bel barocco degli Iblei, Vincenzo Consolo, scrittore multiforme, prezioso, adamantino, in Il barocco in Sicilia. La rinascita del Val di Noto, 1991 (testo ripubblicato dalla Mondadori in Di qua dal faro, pur troppo senza le belle fotografie del nostro Giuseppe Leone).…tutti insomma dovettero avere una grande superbia, un grande orgoglio, un alto senso di sé, di sé come individui e di sé come comunità, se subito dopo il terremoto vollero e seppero ricostruire miracolosamente quelle città, con quelle topografie, con quelle architetture barocche: scenografiche, ardite, abbaglianti concretizzazioni di sogni, realizzazioni di fantastiche utopie. Sembrano, nei loro incredibili movimenti, nelle loro aeree, apparenti fragilità, una suprema provocazione, una sfida ad ogni futuro sommovimento della terra, ad ogni ulteriore terremoto; e sembrano insieme, le facciate di quelle chiese, di quei conventi, di quei palazzi pubblici e privati, nei loro movimenti, nel loro ondeggiare e traballare “a guisa di mare”, nel loro gonfiarsi e vibrare come vele al vento, la rappresentazione, la pietrificazione, l’immagine, apotropaica o scaramantica, del terremoto stesso: la distruzione volta in costruzione, la paura in coraggio, l’oscuro in luce, l’orrore in bellezza, l’irrazionale in fantasia creatrice, l’anarchia incontrollabile della natura nella leibniziana, illuministica anarchia prestabilita. Il caos in logos, infine. Che è sempre il cammino della civiltà e della storia.

Vincenzo Consolo fotografato da Giuseppe Leone
Consolo conosceva bene Ragusa. Apparve in “La variante Sultano“, dvd sul noto chef ragusano Ciccio Sultano, realizzato da Extempora. Vi parlò non solo di cibo, ma anche di scrittura tout court, e recitò un passo di Lunaria.
Ancora sul ragusano:
Un cielo livido, piane colli monti privi d’ombre, sfumature, d’una insopportabile evidenza; un tempo immobile, sospeso; e un silenzio attonito, rotto da ulular di cani, strider d’uccelli, nitrire di cavalli: un mondo che sembra attendere da un momento all’altro la sua fine; l’uomo, di consegnarsi ineluttabilmente all’ultima certezza.
Da oggi Consolo mancherà non solo a noi suoi cari lettori, ma anche alle pietre riarse di quest’angolo d’isola in cui era solito incontrarsi con altri due inarrivabili maestri della nostra lingua, Sciascia e Bufalino. Riposino in pace, in trio.

