Nanna Francì

La mia trisavola si chiamava Francesca, nome insolito per una donna sicula nata alla fine del 1800, infatti tutti la chiamavano Francì. Di lei conosco ben poco, non so quando è nata di preciso, non so di cosa è morta, non ho idea di che carattere avesse.
In una foto che la ritrae ormai anziana nell’uscio di casa sua, ha i capelli bianchi scombinati, il viso consumato dal sole e dalla fatica, le mani nodose, un faulare nero e impolverato che gli arriva fino alle caviglie.

So che ha passato gran parte della sua vita in una vallata sormontata da alte pareti di roccia, e così, ogni volta che saliva in paese, aveva l’inquietante sensazione che il cielo le cascasse addosso.

Apprendo da mia nonna che la nanna Francì ha avuto sei figli: la maggiore si chiamava Pippina ed è morta di scanto dopo aver visto uno scussuni che le ha fatto venire la zafira; Sara, morta di parto; Cuncittedda, morta a 13 anni di spagnola; e poi i figli che hanno superato la mezza età: Vanni, morto qualche anno fa: tra le sue numerose imprese ricordiamo la partecipazione alla spedizione in Russia in qualità di medico degli accampamenti, questo senza possedere nessun titolo specifico – per amputare arti o soffocare chi era irrimediabilmente perduto non c’era bisogno di una laurea; Maria, la mia bisnonna, e Saro. Quest’ultimo credo sia l’unico figlio ancora in vita, rinchiuso in un istituto psichiatrico chissà dove, uscito di testa chissà quanti anni fa.

Il gene della follia non è estraneo alla famiglia di mia nonna che conta  alcuni pazzi momentanei e un paio di folli cronici. Persino la nanna Francì poco dopo aver partorito Saro, il figlio insano, impazzì improvvisamente.
La mia bisnonna ricordava fin da vecchia quei giorni di follia della madre che, come  una baccante o  un’attarantata, mollava le faccende domestiche, si scioglieva le trecce e vagava nuda per i campi.
La causa del male non era però né l’invasamento di un dio né il morso di un ragno ma, almeno stando alle parole delle vicine, la fattura di una zingara. Questa abitava da tempo nella contrada e faceva da capro espiatorio per ogni disgrazia o danno che capitava nei paraggi; stavolta il movente era chiaro: la zingara aveva chiesto a Francì di vattiare Saro ma quella ovviamente aveva rifiutato, figurarsi avere per comare una mala fimmina del genere. Così per vendicarsi dell’oltraggio subìto la fattucchiera aveva pensato bene di fare ammattire Francì per farle perdere l’onore, in famiglia e tra i vicini.

La follia di Francì durò pochi mesi, e non si ripresentò più durante tutta la sua vita (elemento che non fa che confermare, agli occhi di mia nonna, l’ipotesi della fattura).
La zingara morì di morte violenta per mano di un vicino che, stanco dei suoi innumerevoli attentati alla quiete pubblica, le spaccò la testa con un mazzacane e la seppellì col tacito assenso dei vicini.
Ma qualcuno parlò e i carabinieri vennero a riesumare il cadavere, che fu trovato con parecchi spilli appresso – prova inconfutabile che si aveva a che fare con una fattucchiera, così all’assassino diedero solo due anni di carcere.

Lia ’a buttana

Questa è la vaneda dove mia nonna, mia madre e in parte pure io abbiamo trascorso l’infanzia. Si trova poco sotto la cattedrale di S. Giovanni. È una via stretta e umida dove il sole non entra mai e dove l’aria sa di dash e uova fritte. In fondo alla vaneda c’è una casa abbandonata  che non dice nulla al passante distratto che le butta un occhio. Ma se provi a chiedere a chi in quella viuzza ci ha passato (ci ha consumato) tutta la vita ti diranno subito che quella è la casa di Lia. Una donna morta ormai non si sa da quanto ma che ha lasciato, ben marcato, il suo ricordo nella memoria di chi l’ha conosciuta. Tra questi c’è anche mia nonna che era ancora una bambina quando Lia venne a stare in quella casa.

I primi tempi non furono  facili per Lia: il quartiere l’accolse con molta freddezza e con una punta di disprezzo, tanto che inizialmente i vicini erano soliti muntuarla “a buttana”, e i più ignoravano il suo vero nome. Questo perché Lia era diversa dalle altre donne: aveva superato da un po’ l’età da marito e non era sposata; era forestiera e non afferrava subito quello che le veniva detto; si vociferava che avesse una figlia lontana – forse a lei erano indirizzati quei voluminosi pacchi che Lia ogni tanto spediva. E come se non bastasse questa donna non lavorava, faceva la mantenuta a spese del ricco Tano Di Franco, appartenente ad una famiglia possidente e impiegato alle Poste. Una persona per bene quel Tano, n’ figghiu i maria1 dedito solo alla famiglia (le sorelle, conosciute da tutte come i bizzocchi) e al lavoro. L’unico capriccio che osava permettersi era la giocatina a carte nell’albergo vicino le poste, appena uscito dal lavoro. E proprio qui Tano si innamorò follemente (per la prima volta nella sua vita da casto servitore di Maria) della cameriera che lo serviva con un occhio di riguardo, Lia appunto. Di lì a poco Tano non riuscì a tollerare che la sua donna facesse un lavoro così umile e umiliante, sempre stuziniata dai clienti dell’albergo: decise così di farla vivere a sue spese e le affittò la famosa casa nella vaneda.

Certo non poteva prometterle niente di più per via di quel suo voto che sembrava fatto più alle sorelle che alla madonna. Così Lia riceveva quotidianamente le visite del suo fidanzato, ma la sera si ritrovava sola perché Tano alle otto, puntuale come un orologio, se ne correva a casa dalle sorelle. Le cose andarono così per qualche tempo fino a quando Tano fu improvvisamente arrestato dalle guardie e spedito “o Priolu” perché era un comunista. A quel punto la povera Lia sarebbe finita in mezzo a una strada se non fosse stato per le sorelle Di Franco che, per non addolorare ulteriormente il fratello sciagurato, se la portarono a casa trattandola come una figlia (si diceva che addirittura le facessero le trecce ai capelli). Quando finalmente tornò dalla prigionia, Tano decise senza esitazione che era arrivato il momento di stare con Lia, certo magari non sposarla per non dispiacere alle sorelle (avidamente attaccate al patrimonio come a Dio), ma andare a vivere con lei, questo sì. Così Lia tornò nella vaneda. Fu stavolta un ritorno trionfale: le vicine non osavano certo chiamare buttana la compagna ufficiale di un Di Franco, e pian piano Lia si guadagnò la stima di tutti – a questo proposito mia nonna ricorda che la nascita di mia madre andò a buon fine anche grazie alla sua valente collaborazione.

La vita di Lia sembrava adesso stabilizzarsi dopo decenni di precarietà; a completare il quadro mancava quella figlia che aveva lasciato col padre, un maresciallo, a Pordenone – in realtà della piccola, di nome Elsa, si era occupata la nonna paterna – e adesso che erano passati 18 anni dalla separazione Lia mandò una lettera a Elsa dove la pregava di raggiungere in Sicilia la madre e il nuovo papà. Elsa si precipitò in Sicilia e la nuova famiglia iniziò così anni felici.

In seguito Elsa riuscì nientedimeno che a convincere Tano a sposare sua madre; le sorelle ormai affezionatesi alla cognata e alla nipote acconsentirono. Così Lia ottenne finalmente la sua ricompensa dopo anni di paziente attesa: essere chiamata Signora.

1. Espressione con cui si indicavano quelli che, uomini e donne, erano votati alla castità per questioni di fede.

Vincenzo Consolo e Ragusa

…tutti insomma dovettero avere una grande superbia, un grande orgoglio, un alto senso di sé, di sé come individui e di sé come comunità, se subito dopo il terremoto vollero e seppero ricostruire miracolosamente quelle città, con quelle topografie, con quelle architetture barocche: scenografiche, ardite, abbaglianti concretizzazioni di sogni, realizzazioni di fantastiche utopie. Sembrano, nei loro incredibili movimenti, nelle loro aeree, apparenti fragilità, una suprema provocazione, una sfida ad ogni futuro sommovimento della terra, ad ogni ulteriore terremoto; e sembrano insieme, le facciate di quelle chiese, di quei conventi, di quei palazzi pubblici e privati, nei loro movimenti, nel loro ondeggiare e traballare “a guisa di mare”, nel loro gonfiarsi e vibrare come vele al vento, la rappresentazione, la pietrificazione, l’immagine, apotropaica o scaramantica, del terremoto stesso: la distruzione volta in costruzione, la paura in coraggio, l’oscuro in luce, l’orrore in bellezza, l’irrazionale in fantasia creatrice, l’anarchia incontrollabile della natura nella leibniziana, illuministica anarchia prestabilita. Il caos in logos, infine. Che è sempre il cammino della civiltà e della storia.

Questo scriveva, del bel barocco degli Iblei, Vincenzo Consolo, scrittore multiforme, prezioso, adamantino, in Il barocco in Sicilia. La rinascita del Val di Noto, 1991 (testo ripubblicato dalla Mondadori in Di qua dal faropur troppo senza le belle fotografie del nostro Giuseppe Leone).
Vincenzo Consolo fotografato da Giuseppe Leone

Vincenzo Consolo fotografato da Giuseppe Leone

Consolo conosceva bene Ragusa. Apparve in “La variante Sultano“, dvd sul noto chef ragusano Ciccio Sultano, realizzato da Extempora. Vi parlò non solo di cibo, ma anche di scrittura tout court, e recitò un passo di Lunaria.

Ancora sul ragusano:

Un cielo livido, piane colli monti privi d’ombre, sfumature, d’una insopportabile evidenza; un tempo immobile, sospeso; e un silenzio attonito, rotto da ulular di cani, strider d’uccelli, nitrire di cavalli: un mondo che sembra attendere da un momento all’altro la sua fine; l’uomo, di consegnarsi ineluttabilmente all’ultima certezza.

Da oggi Consolo mancherà non solo a noi suoi cari lettori, ma anche alle pietre riarse di quest’angolo d’isola in cui era solito incontrarsi con altri due inarrivabili maestri della nostra lingua, Sciascia e Bufalino. Riposino in pace, in trio.

Consolo con Sciascia e Bufalino

Consolo con Sciascia e Bufalino. Foto di Giuseppe Leone

Causuneddi e lenticchie

La seconda morte dei cavatini – dopo il sugo di maiale – è a mio parere la zuppa di lenticchie1: un piatto povero e quotidiano, abbastanza triste perché non va nemmeno masticato,  grazie all’aggiunta del cavatello si trasforma in una festa.

Solo che i cavatini, a differenza delle lenticchie, non sono un piatto quotidiano e non sempre si ha a portata di mano una nonna disposta a farceli.

Ma niente paura! Possiamo farceli pure da soli, vi assicuro che per ottenere un cavatino di buona qualità non serve essere una massaia qualificata (ci sono riuscita persino io!).

Procuratevi la farina di semola (io uso quella integrale che ha un sapore più rustico), un mattarello e un rigagnocchi (se non ce l’avete va bene pure una forchetta).

Per due porzioni di cavatini impastate su un piano 100 grammi di farina con 50 grammi di acqua e un pizzico di sale.  Scaniate bene finché non otterrete una pallina liscia (ci vorranno all’incirca 5 minuti); stendetela con il mattarello fino ad ottenere un disco di 3/4 millimetri di diametro e tagliatela a quadretti. Arrotolate ogni quadretto sul rigagnocchi premendolo con il dito e infarinatelo, il primo cavatino è pronto! Gli altri verranno da sé.

Se poi ci prendete gusto e volete invitare tutto il quartiere a pranzare con causuneddi e lenticchie esiste in commercio la macchina Di Raimondo, inventata da un modicano e richiesta in tutta Italia. La prodigiosa macchinetta è capace di sparare cavatini a raffica per la gioia di ogni massaia. Di seguito un’efficace dimostrazione dell’utilizzo della macchinetta.

1. In realtà tradizione vuole che con i legumi vadano accoppiati i maccarruna, cavati più grossolani e non rigati. Ma siccome la densità di ogni maccarrone è pari a quella del piombo, per evitare di masticare per ore preferisco usare i cavatini, più leggeri e sfiziosi.

Giovan Battista Hodierna – I parte

Giovan Battista Hodierna nacque il 13 aprile 1597 nel quartiere degli archi, in una casa che si trovava probabilmente fra le attuali via Giusti e corso Don Minzoni. La madre si chiamava Serafina Rizo, il padre, mastro Vito Dierna, era un calzolaio.

Dell’infanzia di Gian Battista non sappiamo molto, la sua adolescenza è però abbastanza documentata. Già a 13 anni si interessava di astronomia ma l’improvvisa morte del padre lo sconvolse profondamente e, seguendo i consigli dello zio sacerdote Giuseppe Dierna, decise di prendere i voti. Nonostante questo il suo interesse per l’astronomia non si esaurì ed istruito da Mario Bocchieri, approfondì i suoi studi.

Per mettere in pratica i suoi studi Gian Battista si recava ogni sera sulla vetta del “Monticulum” – come egli stesso amava chiamarlo – cioè la parte più alta di Ibla, dove sorgeva il vecchio castello medievale della città.
Mosso – citando le sue stesse parole – “dal veemente desiderio di osservare i fenomeni celesti”, nel giugno del 1618 si stabilì nel suo affezionato Monticulum per un po’ di tempo, ricavando un piccolo alloggio nel campanile dall’allora esistente chiesa di San Nicola; da questa postazione gli era possibile ammirare un’ampia veduta del cielo verso est; la stessa visuale che i ragusani odierni possono tutt’ora contemplare dalla piazza del Distretto in via dottor Solarino.

In questa dimora di fortuna allestì il suo studiolo privato nel quale poté approfondire gli studi teorici e fare le prime osservazioni astronomiche; osservazioni che furono dapprima fatte con un quadrante costruito su indicazioni del libro “la sfera del mondo” scritto dall’stronomo Alessandro Piccolomini; poi, con tecniche decisamente più galileane. attraverso un cannocchiale inviatogli dal naturalista Alessandro Rondonino.

In ogni caso le prime soddisfazioni arrivarono presto: il 12 novembre 1618 si rivelò un grande giorno di gioia. Due ore prima il sorgere del sole, Gian Battista fece il suo primo avvistamento di una cometa. Circa due settimane dopo, il 25 novembre ricevette un’altra sorpresa: la notte di quel giorno poté ammirare una nuova cometa. Reso impaziente della gioia di quanto avevo visto, al sorgere del sole comunicò la notizia agli amici che entusiasti lo pregarono di avvisarli se il fenomeno si fosse ripetuto. L’accordo prevedeva alcuni rintocchi di campana come avviso. La promessa venne mantenuta e la notte seguente – ai rintocchi delle campane – gli amici eccitati raggiunsero il luogo di osservazione e rimasero meravigliati da quell’insolito spettacolo.